BULLISMO: analisi di un fenomeno dilagante

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Il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi. È da distinguere da uno sporadico atto di vandalismo in quanto innanzitutto si reitera nel tempo e poi è rivolto ad una vittima non casuale ma designata secondo certi parametri, che possono essere fragilità fisica o psicologica, caratteristiche fisiche, caratteriali, condizioni di salute, appartenenza etnica, sessualità.

Come si sviluppa il bullismo?

Il bullo vuole dominare la vittima e ne prova piacere, non mostrando alcun tipo di empatia per il dolore e l’umiliazione dell’altro. Si serve della sua forza fisica e della sua popolarità all’interno del gruppo. È una sorta di “leader”. La vittima invece vive in uno stato costante di sottomissione e inferiorità psicologica, vive nell’ansia, nell’incertezza e nel senso di impotenza, rafforzando, come in una sorta di circolo vizioso, l’immagine di persona debole e impacciata. Spesso si chiude in sé stessa, accettando con passività le aggressioni, o può diventare essa stessa aggressiva per difesa. Un dato preoccupante che si sta riscontrando sempre di più negli ultimi anni è una precocizzazione dell’età di insorgenza del fenomeno per cui si riscontrano dinamiche di prevaricazione già nei bambini della scuola primaria e secondaria di primo grado, per questo il primo ambito di osservazione di questi fenomeni è diventata la scuola primaria.

Nelle caratteristiche del bullismo vi sono sempre ruoli precisi, nell’intenzionalità e nella persistenza dell’atto non vi è la possibilità di capovolgere i ruoli, come può accadere invece in una normale lite o discussione conflittuale, ma vi è sempre un violento ed una vittima. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: “bullo o istigatore”: è colui che fa prepotenze ai compagni; la vittima, cioè colui che più spesso subisce le prepotenze. Un terzo ruolo è rappresentato dall’“attendente o spettatore”, che partecipa all’evento senza prendervi parte attivamente.

In diverse circostanze le vittime possono essere scelte in maniera casuale, ma è stato largamente riscontrato che è più facile innescare il ciclo del bullismo in gruppi sociali in cui le gerarchie riescono a definirsi in maniera più chiara, e soprattutto in gruppi in cui è difficile aggirare questo tipo di violenze. Il ciclo del bullismo si attua se sono presenti determinate caratteristiche: innanzitutto lo stimolo, che deve essere sempre presente, per attuare un atto di sottomissione nei confronti della vittima. Nel momento di percezione dello stimolo, l’istigatore tenta di ottenere un riconoscimento pubblico per ciò che andrà a compiere. Nel momento in cui la vittima dimostra di possedere delle tendenze passive o comunque che la inibiscono a reagire, allora il ciclo continuerà a riattivarsi.

E quali sono i contesti in cui si sviluppa maggiormente?

La scuola è uno dei contesti nei quali sono più frequenti, o forse più analizzati, denunciati e visibili i comportamenti di bullismo. In tale contesto, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

Nell’analisi sul fenomeno del bullismo nella società contemporanea va di certo considerato, da un punto di vista sociologico, il nostro momento sociale, la rivoluzione tecnologica, i cambiamenti e le incertezze connesse alla nostra epoca. La scuola e la società tutte devono attuare delle linee preventive: è di fondamentale importanza, infatti, che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza.

Ma, prescindendo da quanto la società influenzi, in termini di prospettive e aspettative sui giovani, non bisogna mai dimenticare che un ruolo cruciale nella prevenzione e nella stigmatizzazione del fenomeno spetta all’educazione che si riceve all’interno della famiglia e non solo.

Le prime esperienze relazionali che si svolgono in famiglia esercitano un forte impatto sullo sviluppo emozionale e comportamentale del bambino, e successivamente dell’adolescente. Spesso i bulli provengono da famiglie autoritarie e punitive. La mancanza di cura nella prima infanzia, abusi da parte dei genitori, conflitti e aggressività tra i coniugi, rappresentano fattori predisponenti il ruolo di bullo o di vittima. I bambini in questi casi imparano che l’aggressività fisica, verbale, relazionale, sono la norma che condiziona le future relazioni con i pari. Per questo nonostante i vari tentativi anche a livello legislativo che si cercano di attuare, il fattore principale per risolvere questo problema sembra essere l’educazione: la risorsa dell’educazione, del dialogo, di esempi validi di comportamento, che stimolano anche ad avere altri interessi e allargare la cerchia dei contesti frequentati. Suscitare interessi nei ragazzi che canalizzino l’aggressività in attività sportive, culturali, fisiche indirizzate ad uno scopo socialmente condiviso è un modo efficace per prevenire il bullismo. Ma anche l’impegno intellettuale può svolgere una funzione importante: si possono immaginare dei lavori di gruppo al fine di creare un ambiente collaborativo.

L’errore che l’educatore deve evitare di compiere è mostrare disinteresse, lasciare i ragazzi soli di fronte al muro di gomma, senza risposte, senza indicazioni. I ragazzi, anche se non lo ammettono, si sentono sminuiti di fronte alla disattenzione, all’indifferenza” (Oliviero Ferraris, 2011, p. 25).

L’adulto, che sia insegnante, educatore, maestro di musica, allenatore ha un preciso compito a cui non può sottrarsi: indicare delle regole, mettere dei limiti, far rispettare il suo ruolo. Sbagliano insegnanti ed educatori che si mettono sullo stesso piano dei ragazzi, che si pongono come amici, gli amici sono i loro pari; i ragazzi hanno bisogno di una figura autorevole che pone delle regole e si impegna a farle rispettare.  I ragazzi, gli adolescenti, soprattutto, si aspettano più o meno consapevolmente che qualcuno metta loro dei limiti, altrimenti non sviluppano dei limiti interni. Spesso fanno delle azioni provocatorie per capire fin dove possono spingersi.

È difficile in tal senso trovare un giusto confine tra punizione, rimprovero e comprensione: il bullo va compreso e non demonizzato né emarginato, ma l’adulto non può accettare determinati comportamenti o limitarsi a giustificarli, facendosi sopraffare. Un termine chiave in tal senso è “responsabilità”: l’educatore deve assumersi la responsabilità del suo ruolo, accompagnando il ragazzo, il bullo, ad assumersi le responsabilità dei suoi atti e comportamenti. La responsabilità porta alla presa di consapevolezza, la presa di consapevolezza porta al cambiamento. La scuola, come ogni istituzione, tende a divenire un luogo di controllo sociale, coercitivo in alcuni casi, che etichetta il bullo come deviante, senza coglierne il disagio che può esserci dietro a tale comportamento.

Come si può intervenire?

L’équipe sociologica potrebbe intervenire in tal senso, su tutti i protagonisti del contesto scolastico, lavorando su devianza, trasgressione e disagio. Può essere utile un lavoro d’équipe che preveda anche la figura dello psicologo: laddove il sociologo lavora sull’intero gruppo e sulle sue dinamiche, lo psicologo può intervenire col lavoro sul singolo, laddove vi siano disagi che sconfinano nella psicopatologia che non è possibile contenere solo attraverso un intervento sociologico, ma che meritano invece un’attenzione clinica.

Ancora una volta la chiave di lettura più adeguata per il fenomeno è non usare l’altro, il deviante, il criminale, il bullo, come capro espiatorio, come diverso, etichettato definitivamente come deviato, ma vederlo come espressione di un disagio che ha confini molto più ampi e che attraversa la società tutta. Ascolto della rabbia dunque, accoglienza della diversità, integrazione al posto di etichettamento ed emarginazione sembrano dunque le proposte di intervento più utili ed efficaci.

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